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Sdraiati, fannulloni, choosy, Generazione Z… Quanti appellativi si sono sprecati per definire i “giovani di oggi” segnati dall’avvento delle tecnologie connesse, dalla caduta dei grandi ideali, dalla precarietà dei rapporti, dall’accelerazione e smaterializzazione del contatto umano.

Ma quanto, dietro a tutte queste effettive varianti e peculiarità, si cela il più classico e antico dei conflitti generazionali?

Quella difficoltà che talvolta arriva a ostacolare il rapporto tra adulti e giovani lungo un cammino di crescita che si fa iroso, turbolento e risentito?

Come sempre, il sapere antico delle Favole può aiutare a chiarirci le idee. Da qualche settimana è arrivata al cinema la versionelive action di Aladdin, già famoso film di animazione Disney del 1992. Il successo è stato tanto clamoroso da portarlo immediatamente in cima al box office mondiale, a dimostrazione dell’intramontabile fascino di un racconto che ha origini ben più lontane e in una tradizione diversa rispetto a quella occidentale. Originariamente non inclusa nella celebre raccolta de Le Mille e una Notte, la storia di Aladino e la lampada magicaè entrata a far parte delle novelle dell’ammaliante Shahrazad a partire dalle traduzioni europee del XVIII secolo, e da allora continua a tramandarsi di generazione in generazione per la sua capacità di parlare di realtà umane fondamentali come crescita e desiderio, e di come l’una non possa fare a meno dell’altro.

Sebbene sia comune pensare al protagonista come a un ladruncolo straccione, nella versione originale del racconto scopriamo che Aladino è un ragazzo come tanti, anzi un bambino come tanti: lo incontriamo a 10 anni, disobbediente, svogliato e capriccioso, intento a far incollerire suo padre che vorrebbe avviarlo al mestiere di sarto nella bottega di famiglia. Il piccolo ribelle non fa che sgattaiolare fuori appena il genitore volta lo sguardo e lo easapera a tal punto da farlo morire di dolore. Lo ritroviamo cinque anni più tardi, sempre più perdigiorno e senza la minima intenzione di fare altro se non il mantenuto. Almeno fino a quando non incontra un lontano fratello di suo padre, generoso all’inverosimile, che dopo averlo ricoperto di attenzioni, vivande prelibate e vestiti lussuosi, gli promette di avviarlo anche al lavoro di mercante, notando la sua scarsa propensione per le attività artigiane. Il ragazzo, colmo di gioia e gratitudine, accetta di accompagnarlo fuori città, dove l’uomo rivela le sue reali intenzioni. Non si tratta infatti di un parente ma di un perfido mago alla ricerca di una  vecchia lampada a olio nascosta nelle viscere della terra, a cui secondo le profezie solo Aladino può accedere col suo giovane cuore puro. Nonostante lo spavento, il ragazzo decide di seguire le indicazioni del finto zio, di superare una caverna ricca di tesori e uno splendido giardino sotterraneo, spegnere la lampada e riportarla di corsa all’uomo, avendo cura di non toccare nulla di quelle ricchezze all’andata ma solo al ritorno, protetto dal misterioso oggetto. Cresciuto in ristrettezze, Aladino in realtà non capisce affatto il valore delle gemme che spuntano dagli alberi, anzi è abbastanza deluso dal fatto che non si possano mangiare! Decide comunque di prenderne un bel po’ per la loro bellezza, ma si carica così tanto da non riuscire più a risalire le scale della caverna. Il mago, ormai capace di pensare solo alla lampada, non solo si rifiuta di aiutarlo ma lo chiude anche sottoterra, condannandolo a quella che secondo lui è morte certa. Non ricorda neppure di avergli donato un anello magico per proteggerlo dalle insidie della missione, ed è strofinandolo in un momento di sconforto che Aladino libera un primo Genio, riuscendo a riabbracciare la luce del giorno. Svilito dalla delusione e ridotto allo stremo, il ragazzo non vuole invece saperne della lampada, rimasta in suo possesso, e chiede alla madre di venderla al mercato. Proprio in quel momento, sfregata dalla donna che cerca di ripulirla, la lucerna rivela tutto il suo potere facendo apparire un secondo genio gigantesco, alto fino al soffitto, capace non solo di sfamarli ma soprattutto di fornire ad Aladino tutti gli strumenti per provvedere in prima persona alla famiglia, per conquistare la principessa amata e sconfiggere infine il mago cattivo, scrivendo l’immancabile lieto fine.

“È ora che tu esca fuori dal buio per vedere un mondo pieno di svariati mestieri. Se non ti piace quello di tuo padre, non celare la tua vera inclinazione”

Come molte favole della tradizione occidentale, anche quella di Aladino comincia con la perdita di una figura genitoriale di riferimento. E anche in questo caso non è da intendersi letteralmente ma in modo più ampio, come l’assenza di un rapporto affettivo con un padre che non riesce a rispondere in modo totalmente valido alle sfide di crescita del figlio. Davanti alle esitazioni di Aladino, non cerca infatti di aiutarlo a scoprire le sue doti e le sue aspirazioni autentiche, ma solo di avviarlo sul suo stesso identico percorso di vita. Il desiderio di diversità del bambino viene disconosciuto, letto come pigrizia e capriccio e in quanto tale osteggiato nel nome di un cammino già noto e sempre uguale a se stesso. Possiamo dunque immaginare che il venir meno del padre assuma per Aladino una doppia valenza: non solo una mancanza fisica, ma una mancanza che va a confermare quanto già vissuto a livello profondo, cioè l’assenza di un adulto che avrebbe dovuto costituire il primo alleato della sua crescita. Una conferma, al tempo stesso, del “buco” lasciato dall’assenza e dalla delusione nel mondo affettivo del ragazzo, che persa la speranza di trovare un futuro corrispondente ai propri desideri non sente più la voglia di seguire né la strada del padre, né qualsiasi altro cammino di vita. A 15 anni il protagonista è perciò ancora un bambino: non sa assolutamente come affrontare il salto verso la vita “da grande” e si trova di nuovo ad affidarsi a una figura paterna, stavolta però molto più nera, cattiva, intrigante. Come se le delusioni passate rendessero più difficile e conflittuale il rapporto con l’adulto, vissuto in modo ambivalente sia come colui senza il quale non si può crescere, sia come una figura aggressiva, interessata più a sfruttare le qualità del ragazzo che a tendergli la mano nei momenti di difficoltà. Nonostante la gioia e l’operosità che riesce a tirar fuori da Aladino grazie alle attenzioni materiali, il finto zio rimane infatti un individuo molto parziale, appiattito sul potere e sulla ricchezza finanziaria piuttosto che sulla ricchezza umana. Per andare avanti nella propria storia, invece, il protagonista ha bisogno di recuperare qualcosa di molto più complesso del denaro o di una competenza tecnica. Deve ritrovare il desiderio, che nel racconto si trova nascosto nel sottosuolo: qualcosa di molto antico e profondo, che ogni tanto rimane sepolto sotto le ferite e il dolore ma che comunque continua a pulsare come forza creativa capace di opporsi alla staticità, alla tentazione di chiudersi a quei rapporti che potrebbero farci crescere per paura di non essere corrisposti, come successo ad Aladino con il padre e con il mago.

“Aladino si fece allora coraggio e, radunando le forze, esclamò: ‘Chiunque tu sia, ti ordino di farmi uscire di qui per abbracciare la luce, se ne hai il potere”.

Se pensiamo alla crescita dell’essere umano come a un cammino fatto di continue separazioni – cioè di passaggi da una situazione nota, ma non più attuale, a una situazione nuova, sconosciuta e tutta da scoprire, ma più adulta e autonoma – possiamo arrivare a capire come questa cosa di inestimabile valore che deve assolutamente recuperare Aladino sia il ricordo della sua possibilità di compiere quella separazione. Una possibilità che appartiene ad ogni essere umano, poiché intimamente legata al momento stesso della nascita in cui, da una parte, salutiamo i nove mesi trascorsi nel tepore e nell’abbraccio del liquido amniotico, ma dall’altra diventiamo vivi ed esistenti a tutti gli effetti, siamo finalmente dati alla luce. Una luce che inizialmente ferisce gli occhi  e li fa chiudere, creando un buio in cui il bambino può arrivare a fantasticare che tutto intorno a lui sparisca, che quella nascita non sia reale, che lui non abbia mai affrontato la separazione del parto. Ma è proprio in quel buio che il neonato scopre anche una sua capacità fondamentale, vale a dire il ricordo. In lui compare la memoria vaga, estremamente sensoriale e cutanea – e per questo anche molto reale – del rapporto vissuto con il liquido amniotico, e con esso la speranza di trovare fuori dall’ambiente protetto dell’utero, la stessa corrispondenza, le stesse qualità affettive di presenza, calore e protezione. Gli occhi, gli splendidi occhi dei bambini, possono così riaprirsi, pieni del desiderio di nuovi rapporti umani, di nuovi affetti in grado di confermargli tutto ciò che di bello, di vivo e di vero si è sperimentato durante la gestazione. Desiderosi insomma di trovare adulti in grado di comprendere e corrispondere a quel desiderio di crescita che è anche desiderio di sempre maggior autonomia: dal seno alla pappa, dal pannolino al vasino, dal passeggino al camminare, dal ciuccio alla parola, per arrivare al grande salto della scuola in cui quel piccolo essere umano dovrebbe sviluppare, oltre alle capacità pratiche e intellettive, anche una sempre maggiore capacità di autodeterminazione.

“Qui sotto c’è un tesoro che è destinato a te ed è custodito dai tempi remoti sotto il tuo segno”.

Il ricordo della nascita, nella favola di Aladino, è ben rappresentato da quella vecchia lampada malridotta. Quella luce della speranza e degli affetti che nel corso degli anni si è un po’ ammaccata, ma che l’adolescente deve necessariamente recuperare per compiere il grande passo verso l’età adulta. Qui si pone però il primo ostacolo: il povero ragazzo, che è povero perché non ha il minimo sospetto di possedere delle qualità interne, non intuisce il valore della lampada, che come tutti ben sappiamo contiene la possibilità di tornare a desiderare e veder realizzati i propri desideri. Abituato a tornare a casa solo all’orario dei pasti, a non scambiare con i genitori alcun rapporto se non un nutrimento assai materiale, Aldino nel giardino delle meraviglie desidera solo mangiare. Riesce però a percepire la bellezza delle gemme preziose, grandi come frutti, ed è ovviamente tentato di prenderne con sé il più possibile: non immagina che il potere della lampada sia proprio quello di generare costantemente nuove fortune, poiché è la ricchezza del mondo affettivo a determinare la ricchezza della vita. Aladino, invece, si appesantisce così tanto di beni materiali da non poter più uscire dalla grotta. O almeno, da non poterne uscire senza la mano tesa di un adulto valido, in grado di comprenderne le difficoltà. Davanti all’egoismo del mago, che vuole solo tirar fuori la lampada non curandosi affatto di quella zavorra che lo trattiene verso il basso e rischia di farlo cadere, Aladino si rifiuta di consegnare l’oggetto magico. Anche se non  comprende ancora il valore della lampada sa bene di non poterla tirare fuori perché vive rapporti conflittuali che conservano ancora un aspetto rabbioso, accecante, bramoso che ne svilirebbe l’importanza, fino a perdere non solo l’oggetto lampada ma e soprattutto quel che significa: la possibilità di essere sé stessi, finalmente adulti e in grado di realizzare le proprie aspirazioni.

“La lampada non mi pesa. Tirami su e quando sarò uscito, te la consegnerò”.

È dopo il rifiuto della bramosia del finto zio, a ben vedere, che Aladino, libero dalla rabbia bramosa, scopre il suo potere, un potere di “ri-nascita” che porta a superare la paura, a ritrovare l’anello e a far comparire il suo Genio: figura chiave legata anche storicamente al tema della nascita. Per i Latini il Geniusera infatti la divinità tutelare dei bambini venuti al mondo, uno spirito benevolo simile all’Angelo Custode della cultura cristiana, checompariva assieme al neonato e lo proteggeva lungo l’intero percorso di vita. La parola fa inoltre capo alla stessa radice sanscrita di termini come generare, genitore, genitalie gente, ma anche ingegno. Nella tradizione musulmana, invece, i Jinn erano spiriti considerati spesso maligni e dispettosi, ma anche in grado di scegliere autonomamente se arrecare beneficio o danno, proprio come gli esseri umani. In questo caso la radice è quella aramaica che rimanda al significato di ‘nascondersi’, ‘occultarsi’.

Entrambe le ipotesi sembrano aderire al Genio di Aladino, una forza immateriale che nasce dalla lampada, dalla luce, dal ricordo della speranza e del desiderio. Ed è effettivamente qualcosa di “nascosto”, perché non appartiene alla concretezza del mondo delle cose ma al mondo affettivo; è inoltre una forza capace di far apparire, di creare e generare, ma allo stesso tempo di nascondere e cancellare, quando a prevalere non sia la speranza ma la delusione e la paura dei rapporti. Interessante anche il legame imprescindibile con la parola “genitore”, poiché il ricordo della nascita è anche recupero delle capacità generative che, in fin dei conti, sono esattamente le stesse che hanno reso possibile il concepimento, la gestazione e il parto. Come se nella radice della parola ci fosse già la consapevolezza che ogni “ingegno” sia strettamente connesso alla storia dell’essere umano, a quel rapporto sessuato, genitale, che ha consentito la sua gen-erazione, la nascita appunto, e tutte le trasformazioni successive.

Il racconto di Aladino infatti non si esaurisce con l’uscita dalla caverna: una volta riscoperti i suoi desideri, e la capacità di poterli realizzare, il protagonista deve compiere tante altre tappe per potersi dire finalmente adulto. Grazie al Genio, ad esempio, avrà tante ricchezze da vendere al mercato, ma dovrà imparare a riconoscere i mercanti buoni da quelli truffaldini, e ad instaurare con i primi un rapporto di scambio e confidenza tale da poter finalmente apprendere il mestiere. Ed è proprio per questo che arriva poi l’amore: per conquistare la bella figlia del sultano, Aladino non dovrà provvedere solo alla dote, ma soprattutto a costruire con lei un rapporto autentico, impedendole un matrimonio di mero interesse (un matrimonio con una scimitarra in mezzo al talamo nuziale) e dimostrando di non volerla possedere come un oggetto, bensì amare.

“Riferisci al Sultano che io sono in grado di fare tutto quanto mi verrà chiesto e ancora di più”.

La storia di Aladino ci parla dunque della nascita come recupero di possibilità, non solo di crescita fisica o pecuniaria bensì di una vera crescita umana integrata di corpo (materialità) mente (raziocinio) e affetti (rapporto). Una crescita dove il potere del genio di far comparire nuove ricchezze, all’esterno, è strettamente correlata alla capacità interna di Aladino di far sparire le sue parti meno valide, infantili, che si sentono dipendenti dall’altro; una volta ritrovato il calore e la luce degli affetti, anche quella lampada materiale può infine sparire e non essere più preda di stregoni malvagi o trucchi, lasciando definitivamente il posto a un genio interiore che è trasformazione, desiderio, sessualità e generatività.

Per i figli de Le Mille e una Nottecosì come per i Millennials e i figli di ogni epoca.

Laura Croce

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